Corriere della Sera Lunedì 23 Febbraio 2015
15
Primo piano Conti pubblici
La vicenda
● A
prescindere
«dall’esistenza
di nuovi
meccanismi di
valutazione
delle regole» il
giudizio sui
conti pubblici
italiani, diceva
a inizio anno il
ministro del
Tesoro Pier
Carlo Padoan
«non è un
problema»
● Il riferimento
ai «nuovi
meccanismi»
era per le linee
guida sulla
flessibilità
annunciate
dalla
Commissione
Ue, in base alle
quali, pur nel
rispetto del
tetto del 3%
per il rapporto
deficit/Pil,
l’Europa ha
deciso di
concedere più
tempo per un
aggiustamento
dei conti a quei
Paesi che
facciano le
riforme
● In ottobre la
Commissione
aveva sollevato
perplessità
sulla legge di
Stabilità che
non
prevederebbe
una sufficiente
velocità di
riduzione del
deficit tale da
rispettare le
regole europee
sul debito
anche ai fini del
pareggio di
bilancio
richiesto dal
«Fiscal
compact» e
rinviato dal
governo al
2017 insieme
agli obiettivi sul
debito per gli
anni successivi.
● Ottenuto in
ottobre il via
alla manovra
2015, ora la
verifica sulle
riforme
Pagelle Ue anticipate per Francia e Italia
Venerdì il supplemento d’esame alla manovra. Il nodo del debito. Padoan: avanti sulla cessione di Poste e Fs
Con i nuovi margini europei Roma (con Parigi) rischia meno, ma la Commissione valuta nuovi rilievi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES
L’appuntamento è
per il giorno dello stipendio,
venerdì 27. E in questo caso, lo
stipendio dell’Italia sarà il giu-
dizio della Commissione Ue sul
piano di Stabilità e crescita del
governo Renzi. Era stato riman-
dato da ottobre, prima a marzo
e poi appunto a fine febbraio.
Ed ora l’«udienza» è finalmen-
te fissata, come quelle che ri-
guardano Francia e Belgio. Tre
Paesi che in un modo o nell’al-
tro violano le regole del patto
di Stabilità: non sono certo ri-
dotti come la Grecia, ma posso-
no rischiare una procedura di
infrazione, cioè in media centi-
naia di milioni di multa. L’Italia
dovrebbe cavarsela con un’as-
soluzione o al peggio con
un’assoluzione a metà per in-
sufficienza di prove, secondo le
assicurazioni ufficiose ricevute
da Bruxelles negli ultimi mesi e
anche negli ultimissimi giorni.
Per la Francia, il problema
principale è un deficit che sfio-
ra il 5% del Pil, ben oltre quel
tetto massimo del 3% fissato
dall’Ue. Per noi è invece il debi-
to pubblico, 2.134,9 miliardi o
il 131,6% del Pil, il secondo de-
bito europeo dopo quello della
Grecia, la ragione che ha spinto
il Washington Post, l’altro gior-
no, a definirci una «bomba ad
orologeria», «il vero problema
del continente». Non solo: «Da
quando è stato creato l’euro, 16
anni fa, l’Italia è cresciuta solo
del 4%», facendo «peggio della
Grecia… Cosa è andato storto?
Praticamente tutto. Hanno
problemi di offerta e di do-
manda, la prima parte significa
che è troppo difficile avviare
un’impresa, troppo difficile
ampliarla e troppo difficile li-
cenziare le persone. E questo
rende le economie sclerotiche
anche in tempi buoni, spacciati
per tempi difficili».
Il «Post» non è certo la voce
del re Salomone, e vede le cose
da una prospettiva atlantica
che comprende una crescita
sempre più forte e sicura. Ma la
realtà di oggi, per Roma, ha
davvero dei lati inquietanti:
mentre per il deficit possiamo
stare relativamente tranquilli,
la Commissione ha lasciato tra-
pelare che proprio il debito
pubblico potrebbe essere la
trappola di venerdì prossimo.
Quello, e le riforme ancora in
via di completamento: Fisco,
privatizzazioni, mercato del la-
voro. Esiste da tempo una
“road map” delle cose da fare.
L’ha ricordato ieri il ministro
dell’Economia Per Carlo Pado-
an, in un’intervista a «Italy 24»:
«L’Italia ha fatto molto più di
altri Paesi per ritirare progres-
sivamente la presenza dello
Stato dai settori dell’economia
dove il mercato può essere più
efficiente». Ora, tocca a Poste e
Ferrovie, «settori che possono
essere aperti alla concorrenza
con l’obiettivo di creare più ef-
ficienza»: e quindi «nel 2015
apriremo ai privati il capitale di
queste società». Ma «senza
svendere». Quanto alla riforma
del Fisco, «è molto ampia, una
vera e propria operazione di
manutenzione straordinaria»,
e sarà varata a maggio.
Luigi Offeddu
loffeddu@corriere.it
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Quelle stime sul Pil
dove Stato e giustizia
pesano più del lavoro
●
Il caso
P
iù 3,6% in sei anni. A tanto
ammonterà la crescita aggiuntiva
del Pil da qui al 2020 ottenuta
grazie alle riforme. Un buon 0,6%
l’anno, pari a poco meno di 10 miliardi
di prodotto in più ogni dodici mesi. Il
valore diffuso ieri del ministero
dell’Economia non è distante dalla
stima Ocse, leggermente più bassa:
3,3%. Ma cosa concorre a questo
aumento? Il Jobs act con un più 0,9% in
sei anni. Ma non sarebbe questo il
maggior contributo. A fare la
differenza potrebbero essere le
riforme di pubblica amministrazione e
giustizia. Con un buon 1,4% di crescita
aggiuntiva del Pil da qui al 2020.
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L’analisi
di Enrico Marro
Il progetto
Le due proposte
di Sacconi mentre
guadagna terreno
anche nel governo
la spinta a riaprire
il cantiere previdenza
(legge n. 214/2011)
(legge n. 135/2012)
(legge n. 228/2012)
(legge n. 124/2013)
(legge n. 147/2013)
(legge n. 147/2014)
Fonte: Inps *Contingente rideterminato dall’art. 1 della legge n. 147 del 2014
Pensioni, la mini riforma strisciante
Con sgravi alle imprese e riscatto laurea
Spunta la sanatoria
per mettere in regola
partite Iva e co.co.co.
●
La questione
S
anatoria in arrivo per
favorire la
stabilizzazione di false
partite Iva e collaborazioni,
quelle cioè che nascondono
un rapporto di lavoro
subordinato. La prevede
l’articolo 48 dello schema di
decreto legislativo sul
riordino dei contratti che il
governo ha mandato in
Parlamento per i previsti
pareri. Per promuovere la
trasformazione dei falsi
rapporti di lavoro precario
nei nuovi contratti a tutele
crescenti, fino al 31
dicembre 2015, i datori di
lavoro privati che
procedano alla
stabilizzazione godono
«dell’estinzione delle
violazioni previste dalle
disposizioni in materia di
obblighi contributivi,
assicurativi e fiscali
connessi alla eventuale
erronea qualificazione del
rapporto di lavoro
pregresso, salve le
violazioni già accertate
prima dell’assunzione». Se
ciò non basterà, al
lavoratore non resterà che
rivolgersi al giudice.
Enr. Ma.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
ROMA
Se dipendesse solo dal
ministro del Lavoro, Giuliano
Poletti, il cantiere della previ-
denza sarebbe già stato riaper-
to da un pezzo. Tutte le volte
che ne ha avuto l’occasione il
ministro ha infatti sottolineato
l’urgenza di «introdurre ele-
menti di flessibilità» sull’età
pensionabile anche per evitare
il formarsi di ondate di lavora-
tori anziani espulsi dalle azien-
de ma lontani dal raggiungi-
mento dei requisiti per la pen-
sione che, una volta, esaurito il
sussidio di disoccupazione, re-
sterebbero senza reddito. In-
somma i cosiddetti nuovi eso-
dati, anche se il termine è im-
proprio, perché gli esodati veri
sono solo quelli che, usciti dal
lavoro anticipatamente prima
del 2012 con l’attesa di andare
di lì a poco in pensione sono
invece rimasti bloccati dallo
scalone della riforma Fornero.
Anche ieri Poletti, in un’in-
tervista pubblicata da Avveni-
re, ha rilanciato il tema della
flessibilità, osservando che, tra
l’altro, potrebbe convenire alle
stesse imprese: «Quanto costa
in termini di competitività te-
nere al lavoro persone che già
hanno dato tutto?». Solo che,
intervenire per consentire, sia
pure a determinate condizioni,
di andare in pensione prima di
quanto preveda la Fornero co-
sta e crea problemi con la Com-
missione europea. Eppure la
discussione, sotto traccia, con-
tinua. A partire dalla vecchia
proposta (governo Letta) del
mini anticipo: chi è a 2-3 anni
dalla pensione e resta senza la-
voro può chiedere un anticipo
di 6-700 euro al mese che poi
restituisce in piccolissime rate
quando scatta l’assegno pieno.
Intanto è significativo che la
richiesta di flessibilizzare l’età
di pensionamento non venga
solo da sinistra e dai sindacati,
ma anche da Ncd, alleato di
maggioranza del Pd. Maurizio
Sacconi, presidente della com-
missione Lavoro del Senato, ha
avanzato a Poletti due propo-
ste. 1) Incentivare, nel caso di
accordi tra azienda e dipen-
dente sull’uscita anticipata dal
lavoro, l’azienda stessa a inte-
grare i contributi previdenziali
del lavoratore. 2) Rendere mol-
to più conveniente di ora il ri-
scatto della laurea. Misure che
avrebbero un duplice effetto:
aumentare il risparmio previ-
denziale e quindi l’importo
della pensione; aiutare in molti
casi chi rimane senza lavoro
ma non ha i contributi suffi-
cienti (ne servono 42 anni e
mezzo) ad andare in pensione.
Il tutto, continua Sacconi, an-
drebbe accompagnato dal «fa-
scicolo elettronico della vita at-
tiva» per un monitoraggio del
conto corrente previdenziale,
con l’obiettivo di stimolare il la-
voratore ad «accrescere il suo
gruzzolo contributivo».
Questi primi passi sono indi-
spensabili, secondo l’ex mini-
stro del Lavoro, per intervenire
rispetto a una riforma Fornero
ha reso «assurdamente rigida
l’età di pensionamento». Il te-
ma è ben presente anche a Pa-
lazzo Chigi, ma i primi sondag-
gi con Bruxelles non sono inco-
raggianti. Ecco perché il gover-
no prende tempo e dice: ne
parleremo con la prossima leg-
ge di Stabilità. Nel frattempo va
avanti la telenovela degli eso-
dati. Finora con 6 decreti dal
2012 a oggi sono state salva-
guardate 170 mila persone, alle
quali si è concesso di andare in
pensione con le regole prece-
denti alla Fornero. Ma i comita-
ti esodati premono per un altro
decreto per ampliare la platea.
Palazzo Chigi è contrario, an-
che perché le sei salvaguardie
hanno già impegnato una spe-
sa di quasi 12 miliardi fino al
2020. Per fare chiarezza Sacco-
ni ha incaricato una commis-
sione coordinata da Annama-
ria Parente (Pd) di censire
l’eventuale esistenza di altri
esodati . In seguito a un ordine
del giorno di Pietro Ichino (Pd)
è stato predisposto un modulo
che verrà messo online sul sito
del Senato («è questione di set-
timane», dice Parente) dove chi
ha perso il posto in seguito ad
accordi con l’azienda prima
della Fornero potrà dichiararsi,
allegando l’atto di scioglimen-
to del rapporto di lavoro. Pa-
rente e Ichino sono convinti
che di esodati veri ne siano ri-
masti pochi. Il resto, dice Ichi-
no, «sono disoccupati anziani
che non hanno i requisiti per la
pensione: vanno assistiti con le
indennità di disoccupazione e
con attività di ricollocamento,
ma non sono esodati in senso
tecnico».
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●
La parola
ESODATI
È un neologismo di fine
2011: identifica i lavoratori
che intendevano ritirarsi
dal lavoro in anticipo dopo
intese (anche collettive)
con l’azienda. L’improvviso
innalzamento dell’età del
ritiro per la riforma Fornero
ha fatto sì che siano rimasti
senza stipendio, pensione o
ammortizzatori.
di Rita Querzé
132
per cento il
rapporto tra
debito (2.134,9
miliardi) e Pil
Per l’esattezza
il rapporto è
pari al 131,6%
Welfare
Il ministro
del Lavoro e
delle Politiche
sociali
Giuliano Poletti
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