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Corriere della Sera Lunedì 23 Febbraio 2015
SPETTACOLI
29
Gifuni: «Un regalo recitare per lui
Era un rito laico, ma in allegria»
L’attore sul palco di «Lehman Trilogy»: non è vero che raggelava le emozioni
L’intervista
di Maurizio Porro
MILANO
È stata la replica più dif-
ficile, quella della Lehman Tri-
logy ieri al Piccolo Teatro: era-
vamo abituati alla sua immor-
talità, ma Luca Ronconi non
c’era più, c’era il suo spettacolo
a parlare per lui. Come la pen-
sa, come la vive, Fabrizio Gifu-
ni, che per la prima volta era di-
retto dal grande regista?
«Una recita in cui dovevamo
moderare la nostra emozione,
dare una misura al dolore ma
trasmettere divertimento, cosa
cui Luca teneva moltissimo e
forse non a caso in questa parte
così difficile della sua vita, ma
sempre con sobrietà e control-
lo».
Il suo sentimento oggi?
«Non so se ci sono le parole
giuste per descrivere questo
stato d’animo, ma sento di aver
avuto un regalo meraviglioso,
non ho smesso un giorno di
pensarlo. Non ho paragoni col
passato, era la mia prima volta,
ma ho vissuto un momento
non solo di grande teatro, an-
che di grazia, commozione,
ironia: tutti i doni di una gran-
de regia offerti da un uomo che
aveva un carisma raro e che ho
incontrato a una altezza parti-
colare della sua vita».
Con momenti fatali, tosti?
«Certo, i primi giorni non
sono stati facili. Ma non lo so-
no mai a teatro e non solo per
me. Prove durissime, ma poi
Luca, accorto che l’ingranaggio
funzionava, si è aperto a mani-
festazioni di gioia, commozio-
ne, gratitudine: era felice dello
spettacolo, ha chiuso con qual-
cosa che lo rappresenta per in-
tero».
Cosa lo seduceva nei fratel-
li Lehman?
«Il testo che parla della tra-
sformazione di un mondo e
della perdita di identità, anche
religiosa: ce ne ha parlato fin
dal primo giorno di prove, era-
no i temi che voleva far risalta-
re».
Quando accade il miracolo
in scena?
«Quando il campo magneti-
co dell’attore raggiunge quello
del pubblico. Ronconi mi ha
convinto che davvero il teatro è
un rito; è o non è, non ci sono
vie di mezzo».
L’avete saputo in teatro del-
la sua morte?
«No, dopo gli applausi, per
fortuna. Anche perché lui ci te-
neva molto che questa Lehman
Trilogy fosse uno spettacolo
pieno di umorismo, allegro,
disseminato di sorrisi, diver-
tente nonostante sia colmo di
lutti e perdite. Le tre settimane
di recite che ci aspettano saran-
no per noi un viaggio faticoso e
indimenticabile».
Quale qualità distingueva
Ronconi?
«Una ineguagliabile capacità
di leggere i testi e di trovarci co-
se invisibili agli altri ma senza
mai tradire o forzare l’autore,
aveva qualcosa di sciamanico
per cui ogni testo diventava
una miniera di emozioni che
trasmetteva prima agli attori e
poi al pubblico».
Cosa le ha trasmesso?
«Il teatro come rito laico di
conoscenza. Non è vero che
raggelava le emozioni: giocava
sul loro controllo per espri-
merle».
Il suo primo ricordo del re-
gista?
«Ero in quel periodo allievo
all’Accademia, ogni sera anda-
vo a teatro e vidi molti dei suoi
spettacoli storici di allora, dalla
Mirra alle Tre sorelle, dall’Uo-
mo difficile agli Ultimi giorni
dell’umanità. Da allora mi ero
ripromesso di lavorare un gior-
no con lui, ci sono riuscito tardi
ma ho colto un momento parti-
colare e irripetibile della sua vi-
ta, del suo animo, della sua ge-
nialità».
Cosa ha scoperto nelle pro-
ve?
«Il modo che Ronconi aveva
di leggere un testo non era la
vendetta del regista, lo esplora-
va come una radiografia».
Cosa è cambiato nel suo la-
voro di attore in due mesi?
«Mi sono accorto delle capa-
cità di Luca quasi profetiche:
quello che ha detto in prova, ri-
cordato oggi, assume un altro
valore e un significato più am-
pio, suona più forte».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
In scena
Fabrizio Gifuni
(48 anni) in una
scena di «Lehman
Trilogy», l’ultima
regia di Luca
Ronconi in scena
fino al 15 marzo
al Piccolo Teatro
Grassi di Milano
I primi
giorni non
sono stati
facili, prove
durissime
Poi tutto ha
funzionato
ed era felice
Le tre
settimane
di recite che
ci aspettano
saranno
per noi
un viaggio
complicato
di Claudia Provvedini
Ai suoi allievi diceva
«Affronto un testo
per poter conoscere»
Il ricordo
«M
i basta un po’ di “teatrina”, una specie di droga solo mia
a base di palcoscenico, e niente mi ferma», diceva ad
ogni arresto del corpo. Ma l’oggi per Luca Ronconi aveva valore
soprattutto proiettato nel domani: dei giovani allievi, dei
laboratori da Prato a Santa Cristina, delle Scuole dirette a Torino
e a Milano, delle Masterclass internazionali. La costruzione della
«Torre» ronconiana cominciava da quello che, anche per un
demiurgo assoluto della scena come lui, erano le fondamenta: il
testo, la parola scritta che con amore filologico decifrava come
fosse un geroglifico. «Quando affronto un testo — diceva —, lo
faccio per conoscere qualcosa che non so. Del teatro. Di me.
Perché il teatro è conoscenza». E lo faceva assieme agli studenti
della Scuola che ora porterà il suo nome o agli attori riuniti
attorno ai lunghi tavoli prima delle prove in costume. Spezzava
le parole come bocconi di pane, ne tastava il sale, ne trovava il
sapere, il sapore.
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